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venerdì 20 aprile 2012

ANNA DE DEO - Il bosco nella Primavera di Botticelli



Nel dipinto La Primavera di Sandro Botticelli ci sono nove figure, che si trovano su un prato erboso, ricoperto da centonovanta piante fiorite, delimitato da un boschetto. 

Le piante sono quelle che fioriscono a Firenze tra marzo e maggio, ma non sono riprese dalla realtà: sembrano piutosto delle montature. 
Il bosco che ricopre lo sfondo del quadro è ombroso, su uno sfondo azzurrino, e gli alberi sono aranci ricchi di frutti e arbusti vari.
L'arancia, simbolo dell'amore, contribuisce al significato del dipinto, mentre l'illuminazione in un solo punto del bosco crea un'atmosfera tranquilla, dai toni sommessi: quello qui raffigurato è insomma il tradizionale topos del bosco della cultura europea, ricco di riferimenti e allusioni soprattutto alla filosofia neoplatonica.

Infatti, Mercurio, al margine del bosco, collega cielo e terra con lo scettro e dunque unisce la realtà terrena a quella divina, facendosi simbolo dell'amore intellettuale, contrapposto a quello sensuale di Clori e Zefiro. Analogamente, le piante sono assunte come emblema di perfezione e rappresentate tramite idealizzazioni.  

venerdì 6 aprile 2012

Filippo Baietti, il bosco dei cavalieri del santo Graal in Italo Calvino

Italo Calvino, Il cavaliere inesistente

Nel VII capitolo del romanzo Il cavaliere inesistente di Italo Calvino si parla di un inquietante bosco nel momento in cui Agilulfo e Torrismondo discutono sulla verginità di Sofronia, perché il giovane cavaliere dice di essere suo figlio. Torrismondo sostiene infatti che Sofronia lo abbia concepito con uno dei cavalieri dell’Ordine del Santo Graal, poiché ella andava a giocare ogni giorno con loro nel fitto della foresta che circondava il castello in cui abitava, ed era stato appunto a causa di questi giochi fanciulleschi che, appena tredicenne, era rimasta incinta.

Il bosco a cui si riferisce questo flashback è un luogo cupo e tenebroso, dove vivono i cavalieri che, in una misteriosa relazione di magia con la selva, incutono paura e timore sia al lettore che al protagonista del brano, Torrismondo.

Tale foresta per i cavalieri del Santo Graal da un canto è un rifugio dove possono trovare le fonti necessarie per il sostentamento, dall'altro serve a fortificare la loro volontà di isolamento dal mondo, perché è il luogo ideale per dedicarsi alle preghiere, ma soprattutto per migliorare le proprie arti di combattimento. Tuttavia, siccome i cavalieri si dimostrano minacciosi, anche la selva pare cupa e ostile nei confronti di Torrismondo.

Massimiliano Petrasek-Caravaggio, Riposo durante la fuga in Egitto (1595-1596)



Nella storia dell’arte il paesaggio e in modo particolare il bosco hanno avuto una posizione rilevante, come si può notare nel quadro Riposo durante la fuga in Egitto di Caravaggio. In primo piano vi è la rappresentazione della sacra famiglia e dell’angelo: una scena semplice, intima, ma descritta con accurato realismo. Si notino ad esempio le penne nere delle ali dell’angelo e il pentagramma tenuto in mano da S Giuseppe. 



La nostra attenzione, però, si rivolge al boschetto, alle spalle dei personaggi: Caravaggio per la rappresentazione della natura che circonda la sacra famiglia ha usato colori autunnali; il boschetto sullo sfondo, con un laghetto appena accennato, contrasta con il verde fogliame posto in primo piano, su cui giace la Madonna con il bambino, qui rappresentata come una normale madre che, stanca del lungo viaggio, cerca di proteggere il suo bambino.
Infine, sempre inerente al bosco, quello che è da notare è il fatto che, oltre ai colori autunnali, un poco spenti, che contrastano con le tinte accese delle figure, il boschetto pare un luogo pacifico,  che con la sua natura accoglie e protegge la Sacra Famiglia.

Giulia Carnevali - Cervantes, Don Chisciotte (1605-1615)


Il protagonista della storia è un hidalgo spagnolo di nome Alonso Quijano, ossessionato dai romanzi cavallereschi,  ai quali si dedica nei momenti di ozio. La loro lettura lo appassiona  talmente, da trasportarlo in un mondo irreale e fantastico, in cui si trasforma in un cavaliere errante con la missione di difendere i deboli e di riparare i torti.
Alonso diventa così il cavaliere Don Chisciotte de la Mancha e inizia a girare tutta la Spagna con il suo cavallo un po’ malandato. Nella sua follia, trascina con sé un contadino del luogo, Sancho Panza, al quale promette il governo di un’isola, a patto che gli faccia da scudiero.
«..a questo punto soffiò un po’ di vento e le grandi pale cominciarono a muoversi e Don Chisciotte disse, vedendo ciò: quand’anche muoviate più braccia del gigante Briareo,me la pagherete!..»
Ormai immedesimato nella figura di un valoroso cavaliere, l’hidalgo spagnolo è talmente immerso nelle sue visioni, da arrivare al punto di scambiare i mulini a vento per grossi giganti da sconfiggere; allo stesso modo, egli idealizza anche il paesaggio intorno a lui, e scambia per boschi intricati e folti luoghi di campagna in realtà un po’ aridi, e solo con qualche cespuglio qua e là, quali sono quelli tipici dell’altopiano di Castiglia nella Mancha, situata nel centro della Spagna.
Dunque, i luoghi descritti in questo romanzo possono essere contrapposti ai loci amoeni dell’Aminta di Tasso o al bosco dell’Orlando Furioso, poiché mentre questi sono completamente frutto dell'immaginazione degli autori, quelli del Don Chisciotte sono sì snaturati dall’immaginazione del personaggio principale, ma pur sempre ispirati a una realtà storica concreta.

lunedì 2 aprile 2012

Alice Massi - La selva dei suicidi


 Il Canto XIII dell’Inferno di Dante Alighieri (1307 circa)


Nel canto XIII dell'Inferno, Dante e Virgilio giungono in una selva intricata e oscura, in cui non si scorge alcun sentiero. Gli alberi del bosco hanno foglie scure, rami nodosi e contorti e non hanno frutti ma spine velenose. Tra rovi così pungenti, afferma Dante, vivono le Arpie, mostri semiumani che, appollaiati sugli alberi, emettono orribili lamenti. In questo bosco cupo e ostile, risuonano lamenti e gemiti, ma non si vede chi li emetta. Dante strappa un ramo da una pianta, e vede uscire sangue scuro, mentre risuona una voce gracchiante, affaticata: la selva in cui si trova il poeta è infatti la selva dei suicidi, che sono qui trasformati in piante per l’eternità. Il bosco, oscuro e inquietante, è poi percorso da cagne nere, affamate e veloci, che rincorrono gli scialacquatori e spezzano i rami delle piante, aggravando le pene dei suicidi.




In questo canto Dante propone un’immagine della selva come luogo di dolore e sofferenza, ma anche di grande inquietudine. E’ un posto disabitato e isolato, come testimonia l’assenza di un sentiero, ma è al contempo spaventoso e agghiacciante, in particolare per i rumori sinistri che vi risuonano e per le piante che versano sangue marcio, nero. La negatività del bosco è espressa dalla triplice anafora nella seconda terzina, costruita con frasi antitetiche: “Non fronda verde, ma di color fosco, non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti, non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco”. Il bosco che descrive Dante è un vero e proprio locus horridus, spaventoso e innaturale. Tre sono i particolari che mostrano l’innaturalezza del bosco: l’assenza di un sentiero, i gemiti e i lamenti, la presenza delle Arpie e delle cagne. Questo locus horridus, che Dante riprende dal celebre episodio di Polidoro narrato da Virgilio nell’Eneide (canto III), assume qui però un significato allegorico cristiano: la selva diventa simbolo dell’anima priva della luce di Dio, del traviamento e del disordine morale. In Dante poi, l’intervento del meraviglioso, a differenza che nell’Eneide, è sostenuto da un rigoroso concetto morale: con il suicidio l’uomo ha rifiutato il corpo, che è stato creato da Dio, il quale per questo lo trasforma in una creatura arborea e innaturale.

Michele Gandolfi - Il bosco dell’Aminta (1573)


Nell’Aminta di Torquato Tasso, così come in tutti i poemi pastorali precedenti e successivi, le scene che narrano l’amore del pastore Aminta per la ninfa Silvia si svolgono all’interno di un “locus amoenus”: un bosco dove la natura vive incontaminata e in perfetta sintonia con l’uomo; un bosco rigoglioso, pieno di alberi e prati fioriti, che rimanda alla tradizione dell’età aurea, ormai perduta dagli uomini, in cui si viveva serenamente.
L’unica legge che vige all’interno di questo luogo ideale è quella della natura, dedita all’amore e che invita ad esso, come suggerisce il motto “S'ei piace, ei lice", ovvero "Se ti piace, è lecito”.

Sofia Di Sarno,Martine Giuliani,Elisa Monari,Lucrezia Serra,Elena Tenti - Boschi dal Medioevo ad oggi (2)


Il bosco di Nastagio degli Onesti (1351)

Nella celebre novella del Decameron, la selva di Classe incornicia le vicende, che vedono come protagonista un giovane ragazzo della borghesia di Ravenna. Solitamente, nella tradizione medievale, le storie erano racchiuse da un luogo subito rappresentato totalmente ostile oppure accogliente: in questo racconto, invece, la barriera tra “locus amoenus” e ”locus horridus” è molto labile. All’inizio, infatti, il bosco è un elemento positivo di pace, tranquillità e di evasione; ma verso la metà della novella, quando il ragazzo vede la scena infernale, il bosco comincia a mutare e diventa il luogo perfetto per tramare malvagi pensieri.
In verità, in questo episodio non si capisce se il bosco è veramente un elemento in continua mutazione, oppure se è frutto di uno sguardo alterato dalla follia d’amore e dalla solitudine. Certamente, però, la cornice della selva gioca un ruolo molto importante, perché essa è la mediatrice dei pensieri e sentimenti non solo del protagonista, ma indirettamente anche del lettore.

Concerto campestre (1510 circa)


È un'opera sicuramente dipinta da Tiziano Vecellio, anche se sono stati avanzati dubbi sul fatto che possa essere di Giorgione. Quest’ultimo, però, non avrebbe mai rappresentato in questo modo corpi di donne nudi; quindi, si può affermare quasi con certezza che il quadro sia di Tiziano, che comunque riprende una tematica cara al mondo di Giorgione.
Infatti, è questo il primo quadro di Tiziano in cui il ruolo del paesaggio è sostanziale. In questo paesaggio agreste sono presenti quattro soggetti: due donne nude, una che versa dell’acqua e un’altra, seduta su un drappo bianco, che suona il flauto, accompagnando il giovane di fronte a lei, che suona il liuto, seduto di fianco ad un altro uomo. Il panorama del bosco è determinante per precisare l'equilibrato rapporto fra natura e uomo. Alcuni critici sostengono infatti che le due donne nude siano delle allegorie, ovvero che siano in realtà due ninfe, che personificherebbero appunto lo spirito della natura. I due uomini invece, essendo vestiti, fanno parte della cultura e dell’epoca di quel tempo, e non guardano le due ninfe, come se non potessero vederle. La ninfa seduta ha in mano un flauto, e ciò significa forse che la musica, intesa come capacità di creare armonie e melodie, appartiene alla natura.
Il quadro è quindi una metafora della musica, rappresentata dagli uomini che suonano e dono che ci dà la natura, raffigurata invece dalle due ninfe.

La selva di Saron (1575)

La selva di Saron è descritta nella Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, ed è il luogo dove i cristiani si recano per prendere la legna. La selva è però sotto l’incantesimo di Ismeno, un mago malefico che la popola di demoni. Perciò, i cavalieri di Goffredo di Buglione, una volta arrivati nella selva, scappano impauriti, perché vi sentono rumori strani e spaventosi.
Infine, Tancredi si reca nella selva e, con coraggio, percuote con la spada un cipresso, dal quale esce la voce di Clorinda. Secondo questa voce, lo spirito della donna amata, uccisa da Tancredi per errore in duello, si trova all’interno dell’albero: in realtà, si tratta solo di un’illusione della malefica magia di Ismeno.
La selva incantata è dunque costituita da alberi e piante di ogni genere, in cui i cavalieri rivedono i propri tormenti e le angosce che  turbano le loro menti. Viene descritta come un “locus horridus”, un luogo spaventoso, fonte di ostacoli e di terrore per chi vi entra. Il “locus horridus” si contrappone al “locus amoenus”, ovvero il luogo luminoso, in cui regna la serenità e in cui gli uomini possono abbandonarsi ai propri piaceri.
Infine, la selva rappresenta il luogo della seduzione e della dispersione, dovute a tutti gli ostacoli che la natura contrappone al compimento dell’impresa.

La foresta di Macbeth (1605circa)                                                                                       

La tragedia di Shakespeare Macbeth è ambientata in Scozia, e narra la storia di Macbeth, potente generale, e del suo declino, causato dalla moglie e dalla sua voglia di potere. Il sovrannaturale è presente sin dall'inizio dell'opera, quando al protagonista si presentano tre streghe, che gli profetizzano il suo futuro e gli predicono che diventerà re di Scozia al posto di re Duncan.
Il bosco in questione non è un vero e proprio bosco, ma è costituito dall'esercito dei “buoni”, guidato da Macduff e Malcom, che si travestono con rami e marciano contro il castello di Macbeth. Questo crea terrore in Macbeth, proprio perché la visione della foresta che si muove è talmente sovrannaturale, da portarlo ad impazzire. In tale senso, la foresta è anche in questo testo luogo del soprannaturale, proprio come in molte opere letterarie di tutta Europa.
   

Caperucita en Manhattan (1990)

In questo romanzo, Martin Gaite riscrive la storia di Cappuccetto Rosso a noi tutti nota, ambientandola ai giorni nostri, e prendendo come protagonista la piccola Sara Allen, una bambina di dieci anni vivace e sognatrice. Sara intraprende un viaggio per andare a trovare la sua adorata nonna, ma non più in un bosco vero e proprio, come lo intendevano Perrault o i fratelli Grimm nelle prime versioni della storia, ma nel “bosco” simbolico di Brooklyn. E in effetti, se mai una ragazzina si trovasse a fare un percorso da sola e ad affrontare delle insidie al giorno d’oggi, quale miglior posto di una città piena di vita e caos? Da un canto, il bosco di Brooklyn presenta molte novità che incuriosiscono e rendono felice Sara, in una scena che riproduce quella di Cappuccetto Rosso che raccoglie i fiori e saltella felice sul sentiero che la porterà dalla sua nonna. D’altra parte, vi sono anche molte insidie, come Mr. Wolf , proprietario di una pasticceria pronto a tutto pur di riuscire nel suo intento di diventare sempre più ricco, il quale inganna la bambina per arrivare prima a casa della nonna e rubarle la ricetta della torta.
Possiamo inoltre aggiungere che il racconto è sì ambientato a New York, ma del resto Central Park è un luogo ottimale dove ricreare un bosco.

domenica 1 aprile 2012

Melissa Desiderio,Eleonora Ferri,Faatma Jendoubi,Vittoria Torresani,Elena Vivit-Boschi dal Medioevo a oggi



La selva di Dante: Inferno I (1307circa)


Nel primo canto della Divina Commedia di Dante è descritta la selva oscura nella quale si addentra il poeta, simbolo della corruzione e del peccato. Egli nel mezzo del cammin di nostra vita prende consapevolezza della condizione negativa in cui è entrato quasi inconsapevolmente, e che è anche la condizione di corruzione dell'intera umanità.
Nel periodo in cui scrisse l'opera, l'Alighieri viveva un momento di crisi: la Divina commedia rappresenta appunto un cammino di purificazione per lui e per tutta l'umanità.
Questa selva appare così amara che la morte è una cosa appena peggiore. Durante il suo cammino attraverso la selva, Dante incontra tre belve, che raffigurano per allegoria i tre peccati più gravi: incontinenza, violenza e frode. Dopo l’incontro con le tre belve, Dante vede accorrere in suo aiuto Virgilio, il quale rappresenta la ragione umana e quindi la via della salvezza, poiché lo condurrà attraverso tutto l’Inferno e  il Purgatorio.
La selva è un bosco fitto, esteso, buio (cosa che richiama la morte); è popolata da animali feroci e il pericolo vi è sempre in agguato. Non vi sono sentieri né percorsi segnati: è quindi un luogo privo di certezze.
Questa visione negativa della selva come locus horridus richiama alla mente una situazione da cui è difficile uscire sia fisicamente che psicologicamente. Nella selva penetra infatti con difficoltà la luce, simbolo di vita. Contrapposto alla selva è il luogo aperto, illuminato dal sole, che è invece rassicurante, perché consente l'orientamento.


La Tempesta di Giorgione (1505-1508 circa)




La tempesta di Giorgione , uno dei quadri più famosi del Cinquecento, è un dipinto olio su tela databile al 1505 circa e conservato nelle Gallerie dell’Accademia a Venezia.
La novità consiste nell’indagine del paesaggio e della meteorologia. I personaggi sono assorti, non c'è dialogo fra loro, e sono divisi da un ruscelletto. Sullo sfondo, invece, si nota un fiume che costeggia una città, passando sotto un ponte.
La natura rappresentata assume un ruolo centrale: il cielo è livido e nuvoloso, fortemente scuro, derivato da Leonardo Da Vinci, ed è trafitto da un lampo luminoso che si abbatte sul paese, secondo un'iconografia che compare qui per la prima volta nella storia artistica.
È un’immagine molto naturalistica, ma anche magica e misteriosa, in cui viene rappresentata una vegetazione che fa da cornice all’architettura; tale vegetazione non è ricca e folta, ma alberi e cespugli sono disposti vicino agli altri elementi compositivi.
Ciò che di più cattura la nostra attenzione sono i due alberi, tipici dell’Italia Centrale, posizionati rispettivamente quasi alle estremità del quadro.

La fuga di Angelica nell'Orlando Furioso (1532)

(L. Ariosto, Orlando Furioso, canto I)


Angelica fugge fra boschi spaventosi e bui, per luoghi inabitati, solitari e selvaggi. Il sentir muoversi le fronde degli alberi l'ha impaurita e ad ogni ombra che vede teme sempre di essere inseguita. Fugge da ogni animale e sospettosa trema di paura: e a ogni ramo che tocca passando, crede di cadere nelle fauci della bestia feroce. Vaga giorno e notte, finché si ritrova in un bosco leggiadro, leggermente mosso da un vento fresco. Qui le sembra di essere al sicuro e decide di riposarsi un po'.
Il bosco in cui fugge Angelica, dunque, è un luogo che le incute timore e paura; forse molto simile a quello dove fugge Biancaneve, per esempio: qui ogni cosa può sembrare qualcosa di pericoloso solamente per frutto dell'immaginazione. Tuttavia, il giorno seguente Angelica si ritrova in una parte del bosco ben diversa: la selva si presenta ora soleggiata, attraversata da due dolci ruscelli che con il loro lento scorrere diffondono un'armonia dolce da ascoltare. Qui Angelica non ha nulla da temere, e si lascia cadere sull'erba per riposarsi dal lungo vagabondare a cui è stata costretta.


D. Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio (1935)

Il luogo dove è ambientata la storia è il Bosco Vecchio, una foresta irreale ed immaginaria, popolata dai geni, creature benevole che risiedono all'interno dei tronchi e soffrono a causa del continuo taglio degli alberi. In questo bosco ogni elemento naturale ha la propria anima: esso è un luogo ricco di odori, colori, suoni, in cui si possono sentire parlare i fiumi, gli alberi, le foglie, gli uccelli, il vento, e in cui tutto è animato e magico.
Grazie alle minuziose descrizioni dell'autore, capiamo che il bosco è un luogo che può essere veramente apprezzato e compreso unicamente dai bambini. Essi, grazie alla loro fantasia e alla loro innocenza, riescono a cogliere fino in fondo i segreti della natura. Gli adulti, invece, come l'ex colonnello Procolo, personaggio severo, freddo e povero d'animo, non possono comprendere la natura del bosco.
In questo libro, è evidente l'intento dell'autore di trasmettere un messaggio importante: la natura va sempre rispettata, e viene quindi condannato il fenomeno della deforestazione e della distruzione violenta delle foreste in tutto il mondo.

Italo Calvino, Il bosco sull’autostrada (1963)

Il racconto "il bosco sull'autostrada" è tratto dal libro Marcovaldo ovvero Le stagioni in città di Italo Calvino.
A casa di Marcovaldo è finita la legna e la famiglia cerca di riscaldarsi con la poca rimasta. Marcovaldo decide così di andare a legna, anche se sa che in città è difficile trovarne. Intanto uno dei suoi figli, Michelino, legge un libro di fiabe, nel quale si parla del figlio di un falegname che usciva con un'accetta e andava nel bosco a fare legna. Così Michelino e i suoi fratelli capiscono che bisogna dirigersi proprio lì, nel bosco, anche se, abitando in città, nessuno sa esattamente come sia fatto. I bambini decidono di uscire lo stesso e durante il loro percorso vedono solo case e la strada che, piano piano, si trasforma in autostrada. Ai lati di essa, i bambini trovano il loro bosco, dai tronchi fini, diritti o obliqui, con chiome piatte e estese, e dalle forme più strane e dai colori più originali: ma questi "alberi" non sono altro che cartelloni pubblicitari.
Il racconto di Calvino vuole quindi farci capire come chi viva e cresca in città non conosca a pieno e in profondità la natura, non avendo l'opportunità di stare a contatto con essa. Nel brano c'è perciò un contrasto tra il valore positivo della natura e quello negativo della vita nelle città dei nostri giorni. Viene così messo in risalto il rapporto natura-città e, con esso, l’autore vuol farci capire quanto, ormai, la natura sia stravolta dalle città industriali. Nel racconto di Calvino, infatti, non si parla di un vero bosco, ma di uno spazio artificiale, con il quale tuttavia veniamo a contatto più spesso di quanto non ci capiti con la natura. 

martedì 10 gennaio 2012

SOFIA DI SARNO - Vigilia nel bosco



Era la vigilia di Natale del 1982 quando Jorge e Vicente, due anziani amici, decisero di andare nel bosco che si trovava subito fuori da Valencia per prendere un albero che in seguito avrebbero addobbato per le festività a venire. Entrambi erano soliti addentrarsi sempre nello stesso sentiero, ma purtroppo gli abeti presenti lungo quest’ultimo erano troppo grandi da tagliare e trasportare fino al furgoncino con cui erano arrivati, e così decisero di prendere una strada diversa. 

Percorrendo il cammino, notarono con allegria che qualche scoiattolo saltellava da un ramo all’altro degli alberi e che nonostante il freddo ci fosse ancora qualche uccello che cinguettava. Nello stesso instante i due si sentirono in perfetta armonia con la natura che li circondava; era qualcosa di poco comune per loro che erano abituati e vivere nella frenesia della città che non riposa mai. 

Arrivati ad un certo punto trovarono il pino ideale, né troppo alto né troppo robusto, della giusta misura da tenere nel salotto di fianco al camino. Così i due amici segarono il tronco e caricarono l’albero su di un carretto che si erano portato dietro durante tutto il tragitto. 

Ripercorrendo il tragitto per tornare indietro dove avevano lasciato il loro camioncino, iniziarono a parlare del più e del meno e a pianificare come e dove avrebbero trascorso le feste natalizie, così senza accorgersene quasi si avvicinarono pericolosamente a un burrone. In un batter d’occhio Vicente si ritrovò appeso a un ramo che sporgeva dalla parete rocciosa del dirupo e dopo qualche passo Jorge si voltò indietro e non vedendo il suo compagno si affacciò al precipizio e fu allora che vide Vicente in grave pericolo. Abbandonò il carretto e si piegò per cercare di afferrare la mano del suo amico. La fronte era perlata di sudore dallo sforzo e dalla paura e Vicente non smetteva di chiedere aiuto ma grazie ai suoi robusti muscoli riuscì a sollevarlo. I due si abbracciarono forte e a lungo, circondati dalla pace assoluta che era stata solo interrotta dalle urla dello sfortunato Vicente, il quale giurò a Jorge che da quel momento in poi avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui e che gli doveva la vita. 

ELISA MONARI - Perché i bambini hanno paura dei boschi?


(Articolo di giornale)

BAMBINI, BOSCHI E FAVOLE


A tutti i bambini piace farsi raccontare delle favole, e ogni genitore molto spesso si sente fare la domanda:
-“Mamma, mamma, mi racconti una favola, una di quelle in cui ci sono bestie feroci che abitano nel bosco?”.
Infatti, nella fantasia dei bambini, i boschi sono luoghi spaventosi, oscuri, abitati da animali malvagi e affamati ma anche da gnomi, fate e insetti.
Questa percezione nasce probabilmente dalle fiabe, in cui il bosco assume connotazioni pericolose, per via dei sentieri impervi e della fitta vegetazione che ci fanno smarrire la strada di casa. La luce del sole o della luna filtrata dalle fronde talvolta creano ombre strane, mentre momenti di assoluto silenzio possono improvvisamente venire interrotti dallo scricchiolio di un ramo o dal sinistro canto della civetta, che ci procurano brividi lungo la schiena.
A chi non è stata mai raccontata la fiaba di “Cappuccetto Rosso”?
In questa fiaba, conosciuta in tutta Europa, il bosco appare come un luogo di situazioni o incontri spiacevoli - come quello di Cappuccetto Rosso con il lupo cattivo -, e quindi in cui bisogna fare molta attenzione.
Infatti, Cappuccetto Rosso, e pur sapendo di non dover passare dal bosco per raggiungere la destinazione, spinta dalla curiosità, sceglie proprio un sentiero che lo attraversa, e qui incontra il lupo cattivo. Il bosco è dunque presentato in maniera negativa, come un luogo in cui ai bambini non è permesso andare e in cui avvengono incontri con animali parlanti cattivi o streghe, che ti inducono a compiere la scelta sbagliata.
E chi non conosce la fiaba della “Bella addormentata nel bosco”?
La principessa Aurora viene aiutata dalle tre “Fate Madrine”, le quali, per non farla trovare dalla strega cattiva, l’accudiscono per sedici anni in una casetta sperduta nel bosco. E nel bosco Aurora cresce in compagnia di piccoli e teneri animali (scoiattoli, lepri e cerbiatti), tenuta all’oscuro della verità, lontano dalla realtà; nel bosco, inoltre, il principe Filippo combatte contro il drago per salvarla.
Tuttavia, i boschi della fantasia, come mostrano le fiabe, sono ben diversi da quelli della realtà. Questi sono invece luoghi in cui regna la tranquillità, la pace, e dove puoi recarti per pensare, per schiarirti le idee, o per fare passeggiate e pic-nic con l’intera famiglia.
In Italia sono presenti molti parchi e riserve naturali, fra cui quello del Gran Paradiso: il primo parco nazionale istituito in Italia, che si estende per 70.000 ettari e abbraccia un vasto territorio di alte montagne, fra gli 800 metri dei fondovalle e i 4.061 metri della vetta del Gran Paradiso. Qui si possono osservare marmotte, camosci, stambecchi, l'aquila, e il raro gipeto, reintrodotto recentemente; inoltre, è stata segnalata anche la presenza del lupo, della lince e, alle quote più basse, del cervo.
I boschi nella realtà sono dunque diversi da come vengono presentati nelle fiabe, e grazie alla presenza di queste aree protette anche i più piccoli possono apprezzare questi luoghi, di cui conoscerebbero altrimenti le caratteristiche appunto solo dalle fiabe. Invece, non bisogna accontentarsi di conoscere solo un aspetto delle cose e, soprattutto ai bambini, è importante dare i giusti mezzi perché possano ampliare le loro conoscenze, vedendo così, ad esempio, i vari aspetti della natura che li circonda.


sabato 7 gennaio 2012

Martine Giuliani - “L'inaspettato”

Nella piccola cittadina di Woodshade abitava un gruppo di amici con dei grandi sogni.
A Woodshade tutti si conoscevano come in tutti i piccoli centri un po' isolati, ma collegati al mondo esterno con una ferrovia, e solo da quella. Questa era la caratteristica di questo luogo molto grazioso e accogliente: era raggiungibile solamente tramite treno, perché gli abitanti in una delle riunioni avevano deciso di rendere il luogo speciale per qualcosa. Questo poteva sembrare controproducente, ma in realtà attirava molti turisti.
Il gruppetto di amici era formato solo da ragazzi: Charlie, Mark, Sal, Jack e Oliver. Avevano tutti una passione in comune: andare in giro per boschi ad esplorare e ad arrampicarsi sulle pareti nei dintorni.
Un giorno di inverno decisero di andare ad arrampicarsi, sebbene sapessero benissimo che era pericoloso. Camminarono nel bosco per due ore abbondanti e finalmente si ritrovarono davanti al Deepwall, dove molti esperti dell'arrampicata venivano a sfidare se stessi. I ragazzi, avendo sempre abitato lì, conoscevano bene ogni  roccia di quel muro, però da bravi scalatori studiarono ogni zona e si prepararono. Iniziarono l'arrampicata. A metà del percorso sentirono delle urla e dei suoni che non sapevano definire: potevano essere di un animale, ma non avevano idea di cosa potesse essere. All'improvviso videro un uomo, un cacciatore di passaggio o un turista che era inseguito da una specie di orso, ma non si capiva bene: era molto più grosso del solito e il suono che emetteva era troppo acuto.
I ragazzi sapevano che erano al sicuro, però si spaventarono per la scena appena vista e  appena non sentirono più le urla decisero di scendere con cautela e correre a casa.
Per fortuna, nel tragitto verso casa non incontrarono niente diverso dal solito. Arrivarono giusto in tempo per la cena, al calare del sole. Tuttavia, tutti cinque la notte dormirono male, soprattutto Mark che voleva sapere esattamente cosa fosse successo quel giorno nel bosco, chi fosse l'uomo e cosa fosse l'animale.
I giorni seguenti Mark cercò di convincere gli amici a ritornare lì e avventurarsi, però gli altri si erano spaventati troppo e si rifiutavano.
Successero cose strane: una mattina al supermarket fu sfondata la vetrina e fu distrutto tutto; si cercò di capire cosa fosse stato rubato, e risultò tutto il bancone della carne e delle patatine. Si pensò ad un atto di vandalismo, ma chi poteva mai essere in quella piccola città?
Poi iniziarono a scomparire persone, sempre più spesso.
Si giunse al punto di voler evacuare la città, però Mark,  deciso, voleva rimanere per indagare e supplicò i suoi amici, che rimasero tutti tranne Sal.
I ragazzi, prima che la polizia li potesse bloccare per farli evacuare, sgattaiolarono nel bosco e andarono nel punto dell'accaduto. Avevano con loro cartine, bussola e acqua, niente cibo per paura di attirare la bestia. Percorsero la parete pensando di poter trovare una grotta dove l'orso gigantesco potesse essere nascosto. Camminarono un bel po', fino ad arrivare ad una cascata. Lì si fermarono e si sedettero per riposarsi. All'improvviso dalla cascata si sentirono degli urli fortissimi e acuti e da dietro uscì l'orso gigantesco. I ragazzi presero le loro cose e scapparono a nascondersi perché l'animale non li vedesse, sebbene avesse un gran olfatto. Fortunatamente non li vide e andò via.
I ragazzi, scopertone il nascondiglio, iniziarono ad avvicinarsi e ad entrare, molto spaventati. Era pieno di cunicoli e non sapevano dove andare, fino a che arrivarono in una sala centrale e videro tante persone sedute in cerchio. Alle pareti erano appese delle cose pelose marroni: travestimenti da orso!
I ragazzi non capirono fino a quando non videro una scena raccapricciante: un uomo su uno spiedo che veniva cotto sul falò! I ragazzi erano terrorizzati e volevano solo tornarsene a casa e chiamare la polizia. Avevano trovato una setta di cannibali che si travestiva da orso per non dare eccessivamente nell'occhio. Che cosa disgustosa!
Con molta cautela uscirono dalla caverna e tornarono a Woodshade. Per fortuna c'era ancora la polizia, che però non voleva credere alla storia assurda raccontata dai ragazzi. Ma loro videro Sal ancora a casa sua: suo padre era il vice sceriffo, gli raccontarono tutto ed egli, anche se non molto convinto, per il bene della città e sapendo di avere davanti a se ragazzi onesti, decise di intervenire.
Le forze dell’ordine fecero un’imboscata ai cannibali. La storia finì sui giornali di tutto il mondo, e da quel giorno di ogni persona che scendeva dal treno fu obbligatorio registrare le generalità e il domicilio.

giovedì 1 dicembre 2011

ALICE PIZZASEGOLA - Il bosco nella storia


Il bosco, luogo misterioso e affascinante, nel corso della storia ricoprì un ruolo importante nella vita dell’ uomo,e a seconda del periodo storico fu concepito in maniera differente.
Ritornando alle origini il bosco, fu un elemento essenziale per la sopravvivenza dell’ uomo primitivo. Qui egli trovava non solo un rifugio, ma anche una fonte di sostentamento,poiché vi poteva beneficiare dei frutti della terra e degli animali da cacciare.



Nell’antica Grecia, ad esempio, il bosco era visto nella sua dimensione sacrale e religiosa, in quanto in esso vivevano creature divine e leggendarie come i Satiri, le Ninfe, o veri e propri dèi, come Artemide, dea della caccia,  Ippolito ed Atlanta.



Che il bosco sia considerato un luogo inquietante si deduce poi dalla similitudine che Ulisse riferisce a Polifemo nell’ Odissea: “ era un mostro immenso, non somigliava ad un uomo che mangia pane, ma alla cima selvosa



di altissimi monti, che appare isolata dalla altre “ (trad. di G.A. Privitera - Odissea XI, vv. 181-192 ). Agli occhi di Odisseo e dell’ uomo comune, dunque, il gigante Polifemo appare un essere rozzo e isolato dalla civiltà. Questo paragone ci fa capire la visione greca del rapporto tra natura selvaggia e umanità civilizzata, in quanto il monte e la foresta rappresentavano l’esatto contrario della civiltà della polis.
Più tardi, anche i monaci circestensi e benedettini trovavano nella natura il filo conduttore per ritrovare Dio. Essi  individuavano nei  territori boschivi i luoghi ideali per dedicarsi alla preghiere e al lavoro. Il rispetto della natura e delle sue creature per loro  non significava soltanto osservarla in modo distaccato, ma anche utilizzarla a benificio della comunità, ricavandone legname cibo e altre risorse.
Altrettanto positiva è la visione di San Francesco, il quale trovò nella selva il luogo ideale in cui sentirsi vicino a Dio. Egli



infatti abbandonò ogni bene materiale e si ritirò nei boschi umbri, dove andò a cercare l’essenzialità della vita. Gli aspetti più sinceri del suo cristianesimo si sono trovati appunto  nel segno dell’amore di Dio. Un’ esempio di questo amore divino è l’ episodio del lupo di Gubbio: la tradizione francescana ci ha tramandato la vicenda di un feroce lupo che terrorizzava la città di Gubbio; l'intervento di Francesco consentì di concludere una sorta di patto di pace fra il lupo e la città, e l'animale depose la sua ferocia, mentre i cittadini si impegnarono a nutrirlo ogni giorno. Secondo la narrazione, il paese si legò così tanto all'animale che, quando questo morì, i cittadini se ne rattristarono profondamente.
Nel Medioevo il bosco assume tuttavia indiscutibilmente valore negativo. La foresta infatti veniva identificata come un luogo oscuro, misterioso e ostile all’ uomo; un luogo di smarrimento, dell’ignoto, dove non vi erano regole o norme comuni e dove l’ uomo risultava impotente. Anche nell’ ambito della nostra tradizione letteraria si possono fare diversi esempi della natura maligna del bosco. Il più immediato e lampante è la “ selva oscura “ della Divina commedia dantesca,



che è vista come emblema del peccato e  dello smarrimento morale,della tentazione e dell’ illusione.

L’ idea della selva come spazio che disorienta e illude si ripresenta più tardi anche in Ariosto: nell’ Orlando furioso, la foresta incantata si presenta come un vero e proprio labirinto, in cui i personaggi non riescono mai a trovare ciò che stanno affannosamente cercando.
Con l’ età pre-umanistica e umanistica la concezione negativa del bosco viene completamente ribaltata. Infatti, sempre rimanendo in ambito letterario, Francesco Petrarca vede nella natura un elemento centrale della sua esistenza. Nel Canzoniere possiamo trovare infatti numerosi versi in cui il poeta dichiara di trovare sollievo dal suo tormento amoroso nella natura, e spesso, oltre ad ambientare gli episodi narrati in luoghi naturali, egli associa i tratti fisici della sua amata ad elementi del paesaggio, come l’acqua, i rami o l’ erba. Anche altri intellettuali umanisti, basando i loro studi sull’osservazione diretta della natura, vedevano nel bosco uno spazio armonioso e incontaminato, pieno di vita.

Tra gli artisti, colui che rappresentò a pieno questo nuova concezione del mondo naturale fu il pittore Sandro Botticelli, il quale dipinse la Primavera. Venere è ivi rappresentata insieme agli altri personaggi in un boschetto ombroso e in piena armonia con l’ambiente circostante.
L'approccio razionale al concetto di bosco trovò espressione nel pieno Illuminismo. L'affermarsi della matematica e della geometria, nonché lo spirito razionalista che contraddistinse il ‘700, si manifestarono anche quando,  alla fine del secolo, nacquero le scienze forestali, che dovevano fare chiarezza sui misteri celati nella foresta,  sottoponendoli al controllo dell’uomo. La foresta perse però così il suo fascino, la sua magica suggestione.
Nel secolo successivo, vale a dire durante il Romanticismo, la natura assunse nuovamente una funzione anti-razionalista, diventando il luogo dell’ infinito, della ricerca, della contemplazione, in contrasto con la prosaicità e la corruzione della città e della società. Dinanzi alla foresta,



quindi, l’ uomo provava un senso di impotenza, perché sentiva

di non poterne controllare la forza.
Nel novembre del 1859, con la pubblicazione del saggio “L'origine della specie” di Darwin, la cultura tradizionale subì un duro colpo. In conseguenza delle nuove teorie, la foresta rischiò di perdere nuovamente il suo mistero e di essere spiegabile solo in termini matematici e scientifici.
Con lo sviluppo sociale e demografico, il bosco è ormai visto soprattutto come un’importante risorsa energetica, in quanto il legno può essere utilizzato come combustibile, come materiale edile e come materia prima per produrre la carta. Di qui il processo di disboscamento per cui gran numero delle foreste presenti sul nostro pianeta sono stata distrutte, e con esse le specie animali e vegetali che lì avevano creato il loro habitat . L’ uomo nel corso del tempo ha perso così il rispetto della natura, in quanto non considerata come essere vivente. Ciò è dimostrato dalla consistente urbanizzazione avvenuta nell’ età moderna, dove numerose foreste e boschi sono stati sostituiti da grandi metropoli e centri urbani.  Un esempio che dimostra questo triste evento ci viene descritto da Italo Calvino nel suo romanzo Marcovaldo ovvero le stagioni in città. Marcovaldo e i suoi figlioli, per  proteggersi dal freddo dell’inverno, sono costretti a cercare legna per la stufa, ma questa ricerca non avviene in un normale bosco; essi ricavano la legna dai cartelli situati sulla carreggiata dell’autostrada.
Come a dire che, se l’uomo non cambia la sua visione nei confronti della natura, le generazioni future vedranno solo boschi di cartelli stradali e non più di alberi.

lunedì 28 novembre 2011

CHIARA SOMMAVILLA - Gita nel bosco


Era il 20 giugno,una calda mattinata d’estate, ed i miei genitori decisero di portarmi in montagna a trovare la nonna che, da quando era andata in pensione, aveva deciso di andare a vivere lì in tranquillità. Ero molto felice di partire, perché era da tanto che non la vedevo, mi mancava e sapevo che con lei avrei passato bellissime giornate passeggiando in mezzo ai boschi, raccogliendo i funghi freschi, osservando la natura e mangiando la favolosa torta ai frutti di bosco che la nonna mi faceva sempre.

Una mattina, i miei mi fecero alzare alle sette per andare a fare una bella camminata; ci avviamo lungo un sentiero, si sentivano gli uccellini cantare, mi osservai intorno e vidi grandi alberi dalle folte chiome. Mi sembrava di stare in un grande labirinto, perché gli alberi erano tutti uguali ed era facile perdere la via. Nonostante ciò ero tranquilla, mi piaceva osservare la natura: vidi scoiattoli e uccellini di tante specie, grossi formicai costruiti con aghi di pino, ruscelli e tanti funghi.

Abituata al rumore della città, essere in mezzo a tanta vegetazione mi rendeva serena. L’aria era diversa ed i suoni degli animali, dei ruscelli e delle cascate mi rilassavano. Dopo aver camminato per tante ore, eravamo tutti stanchi e io non mi sentivo più le gambe, e così proposi di fare una sosta: trovammo un ruscello e decidemmo di fermarci proprio lì, sedendoci sotto due grandi alberi. Mia mamma si mise a leggere un libro, mio padre a pulire i funghi che avevamo raccolto per la sera, mia nonna mangiò qualcosa ed io decisi di riposarmi sdraiandomi sotto un folto albero, dove era un po' più fresco, ma essendo davvero stanca pian piano mi si chiusero gli occhi e mi addormentai…

“Brr Brr, che freddo!” Sentii un brivido, improvvisamente fiocchi di neve scesero dal cielo e mi sfiorarono i capelli: mi guardai attorno e davanti a me vidi un foltissimo bosco ricoperto di neve. Ero sorpresa, sentivo che nell’aria era cambiato qualcosa, come se ci fosse un'atmosfera magica. Da lontano vidi strani esseri, che pian piano mi si avvicinavano sempre più. Una volta che mi furono davanti, mi accorsi che erano fatine... sì, fate volanti! erano bellissime ed io ero incanta nel guardarle. Esse mi guardavano a loro volta, sorridendomi e svolazzandomi intorno. Erano ricoperte da fiori, e i loro capelli sembravano diamanti.
Io ero un po’ intimorita, ma nello stesso tempo curiosa di sapere dove ero capitata. Così, decisi di prendere la via ed addentrarmi in mezzo a quel bosco misterioso. Pian piano mi incamminai e, appena vi entrai, non volevo credere ai miei occhi: ero circondata da meravigliosi animali - scoiattoli, lupi, volpi, procioni, uccelli e cerbiatti, che mi sorridevano come per darmi il benvenuto -,le coloratissime foglie degli alberi si muovevano come volessero ballare ed i tronchi avevano occhi e bocca ed ai lati i rami si estendevano in due lunghe braccia. I ruscelli erano ghiacciati e ricoperti da una patina d’argento, le rocce parevano ricoperte d’oro e l'erba di colori luminosi, che riflettevano la loro luce nel cielo creando una bellissima atmosfera. Tutto era meraviglioso, sorprendente:avrei voluto rimanere lì e non andare più via.
Improvvisamente, un grande lupo mi si pose davanti e mi disse che mi trovavo nel bosco fatato e che solo le persone speciali come me avevano avuto l’occasione di conoscerlo; lui mi avrebbe svelato tutti i segreti di quel posto.

Ma fu proprio in quel momento che sentii una voce sussurrarmi: ”Amore, sveglia! si e’ fatto tardi... dobbiamo tornare a casa!” Era mia mamma, che mi svegliò perché si stava facendo buio. Fu solo in quel momento che mi resi conto che tutto era un sogno: mi guardai intorno e vidi che il bosco non era come quello che avevo appena sognato, anche se mi sarebbe piaciuto se un giorno fosse diventato così. Triste, tornai a casa, mangiai e andai a letto, sperando di potermi riaddormentare, continuando la mia straordinaria avventura, che avrei voluto non finisse mai.