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martedì 21 febbraio 2012

ALICE MASSI - Anno domini 1630


Anno domini 1630

Morti violente e repentine, bubboni lividi sui corpi degli ammalati: la città è preda di un morbo sconosciuto.
Chi sussurra di una malattia proveniente dall’Oriente, chi parla di peste, chi di febbri maligne o pestilenti, ormai una cosa è certa: l’epidemia è inarrestabile. I cadaveri giacciono insepolti per le strade, nessuno che osa spostarli per paura del contagio, persino gli animali sono vittime del morbo che appesta non solo Bologna, ma anche le campagne ai margini della città.
Ormai da settimane siamo chiusi in casa, timorosi di ciò che potrebbe accadere se uno solo di noi si ammalasse.
Nella città vige la più completa anarchia: chi ruba nelle case dei defunti, chi beve e  mangia sfrenatamente, ormai privo di inibizioni, spazzate via dalla peste come foglie al vento. Troppo tardi abbiamo infine voluto ammettere la natura di questa malattia, troppo a lungo i medici e le autorità hanno parlato di una semplice febbre o infezione , invece di riconoscere questo morbo per quello che è: peste. Abbiamo mentito a noi stessi, fingendo che l’epidemia fosse dovuta a malefici, polveri o unguenti maligni sparsi da servitori del demonio. Abbiamo dato inizio alla caccia agli “untori”, per trovare un capro espiatorio che fosse responsabile del flagello che ha colpito la città. E ora, è troppo tardi per arginare le conseguenze della nostra insensatezza, è troppo tardi per arrestare il contagio.
Nella città sono rimasti più morti che vivi, e persino i monatti, che prima accorrevano numerosi per trasportare i corpi nelle fosse, seppellirli e bruciare gli oggetti infetti, ora sono troppo pochi per ripulire le strade dai cadaveri, che restano sdraiati davanti agli usci, le piaghe ben visibili come monito per i vivi.
Come temevano i governanti bolognesi, gli altri paesi e le altre città hanno troncato ogni traffico di persone e merci, sebbene avessimo a lungo evitato di rendere pubblica la gravità del contagio.
La situazione è disperata, tanto che mi domando  se anche noi, non ancora malati, potremo vivere a lungo. I ricoveri per i malati, costruiti nell’ultimo mese, non sono più sufficienti a ospitare tutti gli appestati; i frati e gli ecclesiastici, che con solerzia hanno assistito i malati, stanno ora morendo uno dopo l’altro, poiché anche solo il contatto con gli abiti di un infermo può causare la diffusione del morbo.
Questo flagello ha colpito non solo la città, ma si è esteso nelle campagne, dove il bestiame muore e i campi sono abbandonati nelle impietose mani del tempo.
 Sono poche adesso le processioni di penitenti, che pregano Dio di far cessare l’epidemia di peste, da lui mandata come punizione per le nostre iniquità.
Non vi è più invece alcun credo, alcuna moralità, nelle nostre azioni: ognuno vive come se fosse l’ultimo giorno prima dell’Apocalisse, chi prega, chi gozzoviglia intrattenendosi con donne, chi mangia e beve senza freni. I morti sono abbandonati anche dai parenti, i figli lasciati morire soli dalle loro stesse madri. Pochi sono i sacerdoti, e molti i defunti, tanto che ormai non vi sono più funerali, e, se per caso ne viene celebrato uno, è per un gran numero di morti, gettati insieme in un’unica bara.
Ohimè! Insieme al morbo si è diffusa anche la pazzia! Non vi è più alcuna carità umana né solidarietà tra i non appestati, la città è ora vittima del degrado dei suoi cittadini. Da solo viene lasciato morire chiunque manifesti i sintomi della peste: fiacchezza, febbre, polmonite, occhi lustri e bubboni doloranti all’inguine e sotto le ascelle.
 Così sono ridotti i miei concittadini, così è ridotta Bologna: nulla rimane della bella città che per lunghi anni fu sede papale, nulla rimane del suo antico splendore. In questo quadro di morte, null’altro posso fare se non pregare Dio; anche oggi il mio lamento è amaro: potessi tornare com’ero ai mesi andati, ai giorni in cui Dio vegliava su di me! Ora mi consumo, mi hanno colto giorni funesti. Che Dio allontani la disgrazia dalla mia famiglia, che porga l’orecchio alla mia preghiera!

sabato 17 settembre 2011

Michele Gandolfi-La peste di Bologna





Bologna, 24 ottobre 2011

La fine è arrivata prima del previsto. Probabilmente i Maya erano stati troppo ottimisti con le loro previsioni. Questa società corrotta ed egoista ha finito per distruggersi con le sue stesse mani, o forse per mano di qualche divinità.
Invece che uscire dal tunnel, vi siamo rimasti bloccati dentro e probabilmente vi resteremo per sempre.
Quella che un tempo era un società in continua evoluzione ora ha subito un arresto.
L’opzione migliore che ci è rimasta in questo momento è quella di ritornare uomini primitivi, ma nel peggiore e più probabile dei casi la nostra razza scomparirà.
Non so cosa stia succedendo esattamente nelle altre parti del mondo, ma non mi interessa. Ormai non fa più differenza. Però posso dire cosa succede qui, nella mia città, Bologna.
Cara vecchia Bologna. Un tempo chi sentiva il tuo nome pensava ai tortellini, alle tagliatelle al ragù e ai tuoi bellissimi portici. Ma ora riporti alla mente una sola parola: morte.
Da quando è scoppiata la guerra nucleare questa bellissima città ha rischiato di essere ridotta in macerie come altre decine di migliaia, sparse per il globo. Ma dove non sono arrivate le esplosioni, sono arrivate le radiazioni potentissime che le bombe rilasciano e che la massa definisce come “la nuova peste”.
Non esiste un rimedio per questo letale veleno, tanto che gli stessi pazzi assassini che l’hanno ideato moriranno con esso. Ai bolognesi purtroppo è toccata questa dura sorte: una morte lenta e dolorosa.
I lamenti, le urla e i pianti di dolore risuonano in tutte le strade; nessuno riesce a sfuggire a questa fine che aleggia nell’aria, che pervade il nostro corpo.
Scappare non serve a nulla; non esistiamo già più.
Anche i bambini sono senza scampo; le uniche gocce pure che stillavano dalla fonte inquinata della vita ora saranno condotte alla stessa fine delle altre. Quelli che non sono già morti o agonizzanti per le strade guardano pietrificati dall’alto dei balconi delle loro case lo spettacolo sotto i loro piedi; per loro è come vedere un film dell’orrore. Chiedono aiuto alla mamma, al papà, ma questi non rispondono, abbandonati al loro sonno eterno.
Molti si rinchiudono nelle loro abitazioni, ma non hanno comunque speranza; le radiazioni passano dappertutto. Le strade sono piene di auto abbandonatee di persone che fuggono senza meta, alla ricerca di un riparo inesistente.
I portici della città sono diventati un “lazzaretto”; l’unica differenza è che qui anche i medici sono diventati dei
pazienti.
Sorte diversa è toccata alla scalinata che va verso San Luca, ormai conosciuta come ‘La salita della morte’ o ‘il tappeto dei fedeli’qui decine di migliaia di vite di bolognesi si sono spente nella speranza di raggiungere il santuario per chiedere la grazia, venendo a creare una vera e propria distesa di corpi lungo tutto il tragitto.
Una situazione altrettanto sinistra è quella del cimitero della Certosa, dove c’è chi cerca di sfruttare quel poco di tempo che gli è rimasto per costruirsi una tomba che sia in grado di ricordarlo alle generazioni future.
In Piazza Maggiore si trova il gruppo di quelli che si uccidono a vicenda per evitare ulteriori sofferenze;
per lo stesso motivoinvecealtri preferiscono lanciarsi dall’alto della torre degli Asinelli, la cui entrata è ormai resa impraticabile a causa dei resti delle persone che hanno cercato di volare verso la salvezza.
Mentre tutto questo accade, cerco di rintanarmi nell’ultimo angolo di verde per respirare quel poco di aria che è rimasta; sebbene anche quest’ossigeno sia stato contaminatoqui nel bosco non è arrivato ancora l’odore di carne in decomposizione che si trova in città.
Bologna è tornata indietro nel tempo a causa di circostanze di cui la maggior parte delle persone non sono nemmeno a conoscenza; mi chiedo che cos’abbia spinto certi individui a fare tutto ciò.
Il danno è comunque irreversibilenon resta altro che aggrapparsi alla speranza di un’altra vita dopo la morte.
Qui parla Michele Gandolfi, un giovane distrutto nel suo presente e nel suo futuro. Spero che un giorno questa mia registrazione possa essere ascoltata da persone che vivono in un mondo migliore.